Un amico siriano vive a poche centinaia di metri dal confine turco. Alla sera, quando la città si spegne per il coprifuoco e le strade sono pericolose, dall'altra parte del fiume che segna un confine quasi invalicabile, si vedono le luci della città turca e i suoni della vita che scorre in un miraggio di normalità. Ogni sera gli viene ricordato che lui è nato a sud di una linea tracciata da qualcuno che probabilmente e` un eroe nazionale ed é ricordato toponomasticamente in qualche luogo. O forse sono stati gli inglesi a tracciare quella linea in modo grossolano e arbitrario, creando differenze dove prima non c'erano. Ma poco importa, anzi, nulla importa, che sia stato l'uno o gli altri. Ogni sera, sa che nella miseria e nella paura in cui vive è lui quello strano, quello da compatire, quello che deve sudarsi il giorno successivo.
Quando qualcuno mi chiede se sono fiero di essere italiano, penso a lui e rispondo di sì, lo sono, come sono fiero di essere un mammifero, di avere il pollice opponibile e di puzzare di sudore quando mangio piccante. Sono nato in Italia non per merito mio, e ci sono cresciuto perché i miei non si sono trasferiti da un'altra parte. Cerco di avvantaggiarmi dei tratti positivi della mia cultura e scartare quelli negativi. Come un tedesco che volesse essere più fantasioso (se non lo è già), o un francese che volesse mangiare meno formaggio, io cerco di essere meno furbo, più rispettoso delle regole, e così via, perché essere italiano non è un alibi, è solo una coincidenza, come vivere su un confine che fa una grandissima differenza.
Sono sempre più convinto che l'improvvisazione sia fondamentale nella vita. Anche il piano più dettagliato e curato, alla fine, è parte da una improvvisazione ed evolve con improvvisazioni. Qui raccolgo delle improvvisazioni a tema sociale e politico che magari qualcuno leggerà prima o poi.
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Tuesday, December 10, 2013
Thursday, February 23, 2012
Chi siamo?
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| Presa dal Corriere del Ticino del 22 Feb. 2012 |
Come potete leggere nel sottotitolo dell'articolo, Andy Warhol è definito un pubblicitario. Questo è come definire oggi Einstein un impiegato dell'ufficio brevetti di Berna, o come dire che Tom Waits è un portinaio, Paolo Conte è un avvocato, che Michael Bublé è un pescatore... Beh, questa è l'eccezione...
Che cosa siamo? Nella società industriale (e post) è molto consueto presentarsi con frasi del tipo: "sono un assicuratore," "sono una professoressa," "sono un imprenditore", etc. In una realtà fantozziana la ricerca della propria identità termina con l'acquisizione del posto fisso. Quando il posto fisso è perso l'identità è persa, o rimane appiccicata a un passato imperfetto. "Ero un camionista." Curioso il fatto che il passato imperfetto si chiami così per il fatto che ci si dovrebbe riferire, con questo tempo verbale, a eventi e situazioni che non si sono concluse. Bello no? I bambini usano l'imperfetto per denotare una situazione di gioco mentre il gioco è in corso ("facciamo finta che ero ..."), negli adulti che perdono il lavoro è un appliglio le cui resistenza e necessità sono tutte da verificare.
Quindi per il giornalista che ha scritto l'articolo, Warhol è qualcosa solo fintanto che ha un lavoro, mentre quando fa semplicemente l'artista no. Lo dicono sempre i genitori: "smettila di fare castelli in aria e trovati un lavoro". (Più semplicemente è probabile che gli facesse schifo Warhol e che lo abbiano obbligato a scriverne).
Io propenderei a definire Warhol artista semplicemente perché è sicuramente più vicino a quello che lui sentiva di essere. Certo non si sarebbe definito seriamente pubblicitario. La questione dell'identità è comunque seria, e non si dovrebbe chiedere a qualcuno "chi sei?". Cosa si potrebbe risponcere? Personalmente non saprei cosa dire e, dopo aver balbettato qualcosa, l'ansia mi farebbe estrarre una mitraglietta e uccidere gli astanti in un delilrio di vaneggiamenti.
Ammetto che queste considerazioni sono dettate dal fatto che non me la sono mai sentita di identificarmi con quello che facevo (e faccio), il che può essere visto sia come un baluardo di integrità che come la predestinazione all'insuccesso. Non ho mai raggiunto l'autoconsapevolezza fantozziana, che per quanto mi riguarda potrebbe anche essere il più alto traguardo della vita, come dire che la rivoluzione industriale ci ha portato tutti più vicini all'illuminazione buddista. Ritengo però più probabile che non sia così.
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