Sto riflettendo sul futuro in questi giorni, come si può intuire dal mio post precedente. Sul futuro e la possibilità di immaginarlo.
Il telefono cellulare è un esmepio molto illuminante. Pare che nessun scrittore, o più genericamente visionario, abbia immaginato il cellulare. Sistemi di comunicazione avanzati, e ancora oggi fantascientifici, sono stati presentati in varie occasioni. Il più tipico esempio sono i walkie-talkie di Star-Trek e affini. Si trattava di strumenti per comunicazioni istantanee a distanze arbitrarie, ma sempre e comunque di sistemi di comunicazione dedicati. Non era possibile chiamare la moglie del capitano Kirk, quando lui era in missione sul pianeta Kraffen, e chiederle di uscire con te. Oggi si potrebbe pensare di poterlo fare: lei avrebbe un telefono e, magari, andando sulla pagina facebook di James T. Kirk, fare click e chiamarne la moglie. Lo sceneggiatore di Star Trek mi avrebbe deriso fino all'infarto.
Perchè? Espongo la mia teoria: il cellulare è una illusione. Mia nonna Agnese non è mai riuscita a capire che il mio cellulare non si collegava direttamente con il cellulare o il telefono fisso di quelcun altro. Il segnale della mia chiamata arriva a una antenna non troppo lontano da dove mi trovo, passa in qualche altro sistema, entra in una centrale, cerca la posizione dell'altro telefono e inoltra la richiesta. Si potrebbe quai pensare che il cellulare non sia del tutto wireless, se si esce dal raggio di azione delle antenne si è semplicemente tagliati fuori. Il cellulare, per quanto sofisticato sia, ha bisogno di una infrastruttura molto complessa e costosa, distribuita ovunque. Il discorso vale anche per il cellulare satellitare. Insomma, non si tratta di una tecnologia locale.
Mi spiego meglio.
Il tipico scrittore di fantascienza pare faccia fatica a immaginare cambiamenti così radicali. Il pianeta Terra è oggi cosparso di antenne, posizionate non da governi ma da imprese private (i governi danno al più le licenze). Un numero sorprendente di connessioni collega quasi ogni punto del mondo con una decente densità di popolazione, perché ne ricavano un margine di profitto. Qualcosa del genere non avrebbe mai potuto avvenire su sola spinta governativa.
Possiamo immaginare basi lunari, o città su Marte sotto enormi cappe di vetro, ma facciamo più fatica a immaginare un intero sistema globale/interplanetario costruito solo su basi economiche. In Doom3, Marte è sede di una struttura scintifico-economica organizzata come una specie di città a settori (idea vecchia come il genere fantascientifico stesso). La proprietà della struttura è di una compagnia che vende i propri prodotti all'industria delle armi, ai governi, etc. Con questo intendo una invenzione locale, centralizzata, un semplice rapporto a due, chi vende e chi compra. Il cellulare, o internet, è una realtà difficile da descrivere anche oggi che queste tecnologie sono realtà, e magari sono solo tecnologie a livello embrionale, chissà. Ma quello che sarà il futuro non è deciso in una pianificazione centralizzata, ma da complessi fenomeni di interazione e un continuum nell'evoluzione tecnologica.
Sono sempre più convinto che l'improvvisazione sia fondamentale nella vita. Anche il piano più dettagliato e curato, alla fine, è parte da una improvvisazione ed evolve con improvvisazioni. Qui raccolgo delle improvvisazioni a tema sociale e politico che magari qualcuno leggerà prima o poi.
Saturday, January 31, 2009
Thursday, January 29, 2009
Reinventare il futuro
Si tratta di una di quelle cose ricorrenti, chiamate "delta di Luzzi," quelle inspiegabili co-occorrenze di eventi. Tipo vedi un'ampolla di scimmie di mare e dopo due giorni parlano sul giornale proprio delle scimmie di mare. In particolare, mi capita in questi giorni di imbattermi in articoli che parlano del futuro, su cosa sarà inventato da qui a cinquant'anni, su come sarà la società, su quali sono le possibilità che abbiamo davanti.
Mi pare di respirare.
Quando ero giovane (non troppo tempo fa) il futuro era fatto di auto volanti, robot che lavavano i piatti, gli stessi vestiti argentati per tutti, alieni dappertutto. Il tutto entro il 2000 o giù di lì. Poi è successo qualcosa di strano. Il futuro ha cambiato strada e ha sorpreso tutti. Ad un tratto i robot non c'erano più, al loro posto internet, cellulari, biotecnologie. A giudicare dai film usciti in questo periodo di sbigottimento possiamo notare un generale pessimismo, una paura epidermica. Io credo che questa paura derivi dal fatto che questo futuro non lo abbiamo immaginato noi. Star Trek, per dire, mostra un futuro di speranza, di razionalità, intelligenza. Nella società dei cellulari non mi è mai capitato di trovare una visione così ottimista. Anche Blade Runner non è un film pessimista: affronta temi esistenziali universali, ma in fondo il futuro, a parte che piove sempre, non aveva più inquietudine di un normale presente.
Il futuro negli ultimi dieci anni è Matrix, GATTACA, o anche Eagle Eye (per chi non lo avesse visto si tratta di un film abbastanza mediocre sul controllo che la tecnologia può avere sulla nostra vita).
Negli ultimi due giorni risento parlare di futuro in termini di: come si presenterà il mondo tra qualche decennio? Quali dispositivi avremmo a disposizione? Quale società? Mi pare un buon segno, dopo tutto, un modo per rialzare lo sguardo e ripartire con un qualche tipo di obiettivo.
Invece che essere soppraffatti da un incomprensibile presente, in cui compri un oggetto ed è già vecchio, in cui il web ti offre servizi a cui non avevi nemmeno mai immaginato prima, forse, e sottolineo forse, stiamo acquisendo un minimo di controllo. Puoddarsi che siamo finalmente in grado di digerire quello che abbiamo e pensare ad altro, inventare qualcosa noi stessi per noi stessi.
Potrebbe trattarsi di un effetto della crisi, che come dicono quelli che non sanno il cinese, in cinese vuol dire cambiamento. Ma tant'è, mi pare che questa percezione di rallentamento (non parlo del rallentamento vero, ma del suo effetto sulla coscienza) possa avere degli effetti positivi.
Mi pare di respirare.
Quando ero giovane (non troppo tempo fa) il futuro era fatto di auto volanti, robot che lavavano i piatti, gli stessi vestiti argentati per tutti, alieni dappertutto. Il tutto entro il 2000 o giù di lì. Poi è successo qualcosa di strano. Il futuro ha cambiato strada e ha sorpreso tutti. Ad un tratto i robot non c'erano più, al loro posto internet, cellulari, biotecnologie. A giudicare dai film usciti in questo periodo di sbigottimento possiamo notare un generale pessimismo, una paura epidermica. Io credo che questa paura derivi dal fatto che questo futuro non lo abbiamo immaginato noi. Star Trek, per dire, mostra un futuro di speranza, di razionalità, intelligenza. Nella società dei cellulari non mi è mai capitato di trovare una visione così ottimista. Anche Blade Runner non è un film pessimista: affronta temi esistenziali universali, ma in fondo il futuro, a parte che piove sempre, non aveva più inquietudine di un normale presente.
Il futuro negli ultimi dieci anni è Matrix, GATTACA, o anche Eagle Eye (per chi non lo avesse visto si tratta di un film abbastanza mediocre sul controllo che la tecnologia può avere sulla nostra vita).
Negli ultimi due giorni risento parlare di futuro in termini di: come si presenterà il mondo tra qualche decennio? Quali dispositivi avremmo a disposizione? Quale società? Mi pare un buon segno, dopo tutto, un modo per rialzare lo sguardo e ripartire con un qualche tipo di obiettivo.
Invece che essere soppraffatti da un incomprensibile presente, in cui compri un oggetto ed è già vecchio, in cui il web ti offre servizi a cui non avevi nemmeno mai immaginato prima, forse, e sottolineo forse, stiamo acquisendo un minimo di controllo. Puoddarsi che siamo finalmente in grado di digerire quello che abbiamo e pensare ad altro, inventare qualcosa noi stessi per noi stessi.
Potrebbe trattarsi di un effetto della crisi, che come dicono quelli che non sanno il cinese, in cinese vuol dire cambiamento. Ma tant'è, mi pare che questa percezione di rallentamento (non parlo del rallentamento vero, ma del suo effetto sulla coscienza) possa avere degli effetti positivi.
Metodo scientifico a autorità
Kary Mullis discute (nel link a fine post) del metodo scientifico. La prima parte della presentazione è davvero interessante e divertente.
Cosa rende il metodo scientifico così efficace? La riproducibilità, il fatto che chiunque può riprodurre le medesime condizioni (cause) e ottenere i medesimi effetti. Cosa rende il metodo scientifico un grande modello per l'emancipazione del pensiero? La conseguente perdità di valore dell'autorità: se io riproduco un fenomeno che qualcuno dice non poter avvenire, quel qualcuno sbaglia, che sia il capo, un professore molto noto, il papa o il padreterno in persona.
La parte davvero difficile nel metodo scientifico è decidere a chi credere quando gli esperimenti non possono essere fisicamente eseguiti da chi vuole verificare la correttezza di una affermazione. E' il caso del riscaldamento globale, oggi fuori questione, ma molto dibattuto anni fa. Mullis si lascia trasportare dalla polemica e dice che questa storia è una stupidaggine, e che gli scienziati dicono quello che dicono solo per avere finanziamenti. Cosa parzialmente vera, e ci sono esempi di casi del genere. Quello che Mullis pare non capire è che ad un certo punto usa la frase: "questi scienziati sono autorevoli" e si affida a questa affermazione non provata per comprovare di essere nel giusto.
Quante volte al giorno noi facciamo lo stesso? Quante volte ascoltiamo una notizia al telegiornale e la reputiamo veritiera senza avere la minima prova che lo sia? Gli strumenti per determinare la veridicità forse non esistono in generale, ma ci sono almeno delle misure qualitative, dei metodi approssimati per capire in che direzione guardare. L'informazione dovrebbe fornire anche gli elementi per usare questi strumenti approssimati, inevece che, come fa ora, nasconderli o eliminarli.
Il video: http://www.ted.com/index.php/talks/kary_mullis_on_what_scientists_do.html
Su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=LNOtiRB3uyk
Cosa rende il metodo scientifico così efficace? La riproducibilità, il fatto che chiunque può riprodurre le medesime condizioni (cause) e ottenere i medesimi effetti. Cosa rende il metodo scientifico un grande modello per l'emancipazione del pensiero? La conseguente perdità di valore dell'autorità: se io riproduco un fenomeno che qualcuno dice non poter avvenire, quel qualcuno sbaglia, che sia il capo, un professore molto noto, il papa o il padreterno in persona.
La parte davvero difficile nel metodo scientifico è decidere a chi credere quando gli esperimenti non possono essere fisicamente eseguiti da chi vuole verificare la correttezza di una affermazione. E' il caso del riscaldamento globale, oggi fuori questione, ma molto dibattuto anni fa. Mullis si lascia trasportare dalla polemica e dice che questa storia è una stupidaggine, e che gli scienziati dicono quello che dicono solo per avere finanziamenti. Cosa parzialmente vera, e ci sono esempi di casi del genere. Quello che Mullis pare non capire è che ad un certo punto usa la frase: "questi scienziati sono autorevoli" e si affida a questa affermazione non provata per comprovare di essere nel giusto.
Quante volte al giorno noi facciamo lo stesso? Quante volte ascoltiamo una notizia al telegiornale e la reputiamo veritiera senza avere la minima prova che lo sia? Gli strumenti per determinare la veridicità forse non esistono in generale, ma ci sono almeno delle misure qualitative, dei metodi approssimati per capire in che direzione guardare. L'informazione dovrebbe fornire anche gli elementi per usare questi strumenti approssimati, inevece che, come fa ora, nasconderli o eliminarli.
Il video: http://www.ted.com/index.php/talks/kary_mullis_on_what_scientists_do.html
Su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=LNOtiRB3uyk
La formica indignata
Immaginate una formica intelligente che sul tavolino del salotto, intenta a sgraffignare delle briciole di biscotto, vede in TV un documentario sulle formiche. La descrizione non riguarda affatto le formiche, sebbene pretestuosamente dovrebbe esserlo, riguarda il formicaio, sul bilancio della popolazione, morti, nascite, sulle attività che vi si svolgono, il magico funzionamento di una società apparentemente semplice. La descrizione la sconvolge e la indigna, con le lacrime agli occhi cerca di urlare all'essere in mutande, che sul divano beve una birra col telecomando in mano. Vorrebbe gridare il suo sdegno per l'insensibilità sprezzante del programma. Lei che ha avuto decine, centinaia, di familiari morti, chi per essere stato schiacciato da un peumatico, chi per essere salito suo malgrado su una scarpa e non essere più tornato, o soffocato dalla terra durante un crollo, avvelenato da prodotti chimici diffusi intenzionalmente... Ogni giorno ogni formica esce allo scoperto, cercando di sopravvivere, sapendo benissimo che forse non tornerà indietro, o magari tornerà ferita e incapace di sostenersi. E la TV dice che le formiche sono organizzate e che la morte di migliaia non compromette la sopravvivenza del formicaio. Va bene, il formicaio non scompare o migra di qua e di là, e allora? Vi piacerebbe a voi umani se dicessero che in complesso la popolazione mondiale cresce, che i consumi aumentano o dimuiscono, il numero di incidenti stradali va così e così? Vi piacerebbe essere trattati solo in funzione del vostro formicaio? Io credo proprio di no, cred... SLAMMM! Cazzo un'altra formica in casa, meglio spruzzare l'insetticida sotto la porta.
Valutazione e meritocrazia
Non si fa che parlare di premiare gli atenei virtuosi, di creare un sistema meritocratico nell'Università. Il problema è che chi è incaricato di questo importante contributo nella vita culturale di un paese intero, non mi pare abbia la levatura culturale, né le conoscenze specifiche per arrivare a una soluzione di nessun rilievo. E non ce l'hanno avute nemmeno i precedenti, di qualunque parte politica essi si vantavano di essere.
Si parla di valutazione, ma nessuno mai è riuscito a far funzionare un sistema sensato. La Moratti ci provò, ma poi a fine legislatura, quando la sua candidatura a sindaco era ormai cosa nota, cedette e diede un finanziamento di molti milioni di euro al San Raffaele di Milano su fondi destinati alla ricerca informatica, fondi poi spesi per comprare un grosso computer IBM (va beh, questo mi scandalizzò parecchio all'epoca).
Il problema della valutazione è semplice: non si può fare! Le discipline scientifiche sono divise macro aree e in Settori Scientifici e Disciplinari (SSD), e sono molti, decine. In ogni settore poi ci sono molti filoni di ricerca. Ogni filone è caratterizzato da una comunità, l'insieme di persone che, nel mondo, si occupano di quella cosa. Ogni comunità ha certe regole, che riguardano il tipo di articoli scientifici, o prodotti scientifici, più in generale, che vengono ritenuti degni di tale nome. Ad esempio, in alcuni settori pubblicare un articolo ogni due anni è considerato un buon traguardo, in altri se ne devono fare 3 all'anno per essere competitivi.
Instaurare un sistema di valutazione indipendente, o oggettivo, richiederebbe una struttura di dimensioni enormi, e una spesa proporzionata. Non solo, per evitare conflitti di interesse (considerate che ci sono ricerche che hanno in Italia uno o due gruppi che ci lavorano) le persone chiamate a giudicare dovrebbero essere esterne, magari estere. Un breve parentesi: In una delle tante farneticazioni sulla riforma dei concorsi si era arrivati a proporre che le commissioni giudicatrici fossero composte da 5-6 ricercatori stranieri!! Ma vi rendete conto? Cosa volete che gliene freghi agli stranieri chi assumiamo noi? E quanti stranieri sarebbero disponibili a lavorare in tutte le commissioni di assunzione in Italia? Insomma, le solite smargiassate all'Italiana, le solite parole vuote di politicanti ignoranti e populisti (di entrambi gli schieramenti).
Insomma, costi improponibili e un sistema così complesso che nessuno è mai riuscito nemmeno a immaginare completamente, figuriamoci a realizzare. A parte dare un po' di soldi ai propri amici, questi politicanti non sembrano saper fare altro.
Ma esiste una soluzione? Probabilmente sì, ma richiede di ripensare a tutto il sistema. Invece che aggiungere strutture a un sistema già di per sè troppo complicato, un riforma -se degne di questo nome- deve rifondare l'istituzione per rendere i comportamenti virtuosi più convenienti, mentre oggi sembra accadere l'esatto contrario. Invece che cercare metriche semplici e generali che finiscono per penalizzare piuttosto che migliorare i sistema, si deve fare in modo che migliorare convenga: ovvero che migliorare porti soldi.
Faccio un esempio: quando si danno soldi in proporzione al numero di studenti laureati in un anno, non si arriva che all'effetto di ridurre la qualità dell'insegnamento (chi ha bazzicato l'università lo vede con i propri occhi quanto gli studenti attuali siano molto meno preparati di qualche anno fa). Se si finanzia la ricerca in base al numero di articoli pubblicati si finisce per dare soldi a filoni in cui si pubblica facilmente, rispetto a quelli in cui si sputa sangue per un risultato.
Se diamo all'università la convenienza a finanziare ricerche e progetti (Mio precedente post), allora le università avranno convenienza ad assumere gente brava, gente che la ricerca la fa, che di conseguenza insegneranno alle nuove generazioni in base a risultati allo stato dell'arte. Va beh, mi sono già dilungato troppo.
Si parla di valutazione, ma nessuno mai è riuscito a far funzionare un sistema sensato. La Moratti ci provò, ma poi a fine legislatura, quando la sua candidatura a sindaco era ormai cosa nota, cedette e diede un finanziamento di molti milioni di euro al San Raffaele di Milano su fondi destinati alla ricerca informatica, fondi poi spesi per comprare un grosso computer IBM (va beh, questo mi scandalizzò parecchio all'epoca).
Il problema della valutazione è semplice: non si può fare! Le discipline scientifiche sono divise macro aree e in Settori Scientifici e Disciplinari (SSD), e sono molti, decine. In ogni settore poi ci sono molti filoni di ricerca. Ogni filone è caratterizzato da una comunità, l'insieme di persone che, nel mondo, si occupano di quella cosa. Ogni comunità ha certe regole, che riguardano il tipo di articoli scientifici, o prodotti scientifici, più in generale, che vengono ritenuti degni di tale nome. Ad esempio, in alcuni settori pubblicare un articolo ogni due anni è considerato un buon traguardo, in altri se ne devono fare 3 all'anno per essere competitivi.
Instaurare un sistema di valutazione indipendente, o oggettivo, richiederebbe una struttura di dimensioni enormi, e una spesa proporzionata. Non solo, per evitare conflitti di interesse (considerate che ci sono ricerche che hanno in Italia uno o due gruppi che ci lavorano) le persone chiamate a giudicare dovrebbero essere esterne, magari estere. Un breve parentesi: In una delle tante farneticazioni sulla riforma dei concorsi si era arrivati a proporre che le commissioni giudicatrici fossero composte da 5-6 ricercatori stranieri!! Ma vi rendete conto? Cosa volete che gliene freghi agli stranieri chi assumiamo noi? E quanti stranieri sarebbero disponibili a lavorare in tutte le commissioni di assunzione in Italia? Insomma, le solite smargiassate all'Italiana, le solite parole vuote di politicanti ignoranti e populisti (di entrambi gli schieramenti).
Insomma, costi improponibili e un sistema così complesso che nessuno è mai riuscito nemmeno a immaginare completamente, figuriamoci a realizzare. A parte dare un po' di soldi ai propri amici, questi politicanti non sembrano saper fare altro.
Ma esiste una soluzione? Probabilmente sì, ma richiede di ripensare a tutto il sistema. Invece che aggiungere strutture a un sistema già di per sè troppo complicato, un riforma -se degne di questo nome- deve rifondare l'istituzione per rendere i comportamenti virtuosi più convenienti, mentre oggi sembra accadere l'esatto contrario. Invece che cercare metriche semplici e generali che finiscono per penalizzare piuttosto che migliorare i sistema, si deve fare in modo che migliorare convenga: ovvero che migliorare porti soldi.
Faccio un esempio: quando si danno soldi in proporzione al numero di studenti laureati in un anno, non si arriva che all'effetto di ridurre la qualità dell'insegnamento (chi ha bazzicato l'università lo vede con i propri occhi quanto gli studenti attuali siano molto meno preparati di qualche anno fa). Se si finanzia la ricerca in base al numero di articoli pubblicati si finisce per dare soldi a filoni in cui si pubblica facilmente, rispetto a quelli in cui si sputa sangue per un risultato.
Se diamo all'università la convenienza a finanziare ricerche e progetti (Mio precedente post), allora le università avranno convenienza ad assumere gente brava, gente che la ricerca la fa, che di conseguenza insegneranno alle nuove generazioni in base a risultati allo stato dell'arte. Va beh, mi sono già dilungato troppo.
Finanziamenti a pioggia
Il lavoro del professore universitario (almeno quello che vuole lavorare) è di cercare fondi per finanziare la propria ricerca. E' un dato di fatto che la percentuale del tempo dedicata alla ricerca di fondi è in continuo aumento da quando all'inizio del diciottesimo secolo la scienza ha cominciato ad essere indipendente.
Escono con una certa regolarità bandi per l'assegnazione di fondi a progetti di ricerca. Questi bandi vengono dal ministero, dagli atenei, dall'unione europea. Esistono spesso delle clausole strane, specie nei bandi ministeriali e di ateneo. Ad esempio non è possibile fare richiesta per un bando di ateneo se già si ricevuto un bando di ministero, indipendentemente dal progetto. Ovvero, uno stesso proponente non può richiedere fondi su progetti diversi. Se io fossi davvero bravo, molto noto e capace ti attrarre finanziamenti per le mie ricerche, magari su temi molto "hot" al momento della richiesta, non posso nemmeno fare domanda a un fondo di ateneo se ne ho già uno ministeriale, anche se un progetto diverso, e viceversa. Questo è un esempio di clausola semplice. Ce ne sono di più complicate. Quei soldi però saranno stanziati comunque, magari non a progetti davvero rilevanti o di più basso profilo che, non dico debbano sparire, ma magari non hanno la stessa valenza internazionale.
La cosa brutta della faccenda, è che i responsabili dell'assegnazione dei fondi sembrano davvero dire che, se io ho già molti soldi non ne devo richiedere altri, perché c'è qualche altro sfortunato che non ne ha. Il problema è chiedersi perché non ne ha, se se li merita. Sulla valutazione e la meritocrazia, appuntamento ad un prossimo post.
Escono con una certa regolarità bandi per l'assegnazione di fondi a progetti di ricerca. Questi bandi vengono dal ministero, dagli atenei, dall'unione europea. Esistono spesso delle clausole strane, specie nei bandi ministeriali e di ateneo. Ad esempio non è possibile fare richiesta per un bando di ateneo se già si ricevuto un bando di ministero, indipendentemente dal progetto. Ovvero, uno stesso proponente non può richiedere fondi su progetti diversi. Se io fossi davvero bravo, molto noto e capace ti attrarre finanziamenti per le mie ricerche, magari su temi molto "hot" al momento della richiesta, non posso nemmeno fare domanda a un fondo di ateneo se ne ho già uno ministeriale, anche se un progetto diverso, e viceversa. Questo è un esempio di clausola semplice. Ce ne sono di più complicate. Quei soldi però saranno stanziati comunque, magari non a progetti davvero rilevanti o di più basso profilo che, non dico debbano sparire, ma magari non hanno la stessa valenza internazionale.
La cosa brutta della faccenda, è che i responsabili dell'assegnazione dei fondi sembrano davvero dire che, se io ho già molti soldi non ne devo richiedere altri, perché c'è qualche altro sfortunato che non ne ha. Il problema è chiedersi perché non ne ha, se se li merita. Sulla valutazione e la meritocrazia, appuntamento ad un prossimo post.
Cofinanziamento
Inizio con questo (breve) post una sezione dedicata all'università e la ricerca in Italia come outside-insider.
Il primo aspetto che vorrei trattare è il cofinanziamento dei progetti di ricerca.
Partiamo dal fatto: in Italia, quando un progetto di ricerca è finanziato dal ministero, l'ateneo è tenuto a supplire una certa percentuale dei fondi. Supponiamo che il progetto valga 100. Il ministero mette 80, l'ateneo 20. Più consistente è il progetto, meno l'università è prona al suo finanziamento (specie se la situazione finanziaria non è buona)
Questo è un esempio di idiozia italiana. Si arriva al paradosso che un'università non ha interesse a promuovere la ricerca in quanto questa rappresenta un costo. E' vero che in base ai progetti finanziati l'università riceve dei fondi ministeriali, ma si tratta di un effetto indiretto e, a mio avviso, contorto. Negli USA -e in altri paesi civili- quando un progetto è finanziato, parte dei finanziamenti va all'ateneo! Quindi se il progetto vale 100, 80 vanno ai ricercatori, 20 all'ateneo! L'università a questo punto è spinta a finanziare la ricerca (e più importanti sono i progetti più li vorrà finanziare), assumere gente brava, capace di portare finanziamenti, invece che continuare ad assumere altri tipi di figura (argomento di un post futuro). Oggi capita che chi vuole proporre un progetto di grandi dimensioni vada dal rettore -o chi per lui- a chiedere il benestare, cosa che dovrebbe essere automatica invece che seriamente e freddamente ponderata.
Il primo aspetto che vorrei trattare è il cofinanziamento dei progetti di ricerca.
Partiamo dal fatto: in Italia, quando un progetto di ricerca è finanziato dal ministero, l'ateneo è tenuto a supplire una certa percentuale dei fondi. Supponiamo che il progetto valga 100. Il ministero mette 80, l'ateneo 20. Più consistente è il progetto, meno l'università è prona al suo finanziamento (specie se la situazione finanziaria non è buona)
Questo è un esempio di idiozia italiana. Si arriva al paradosso che un'università non ha interesse a promuovere la ricerca in quanto questa rappresenta un costo. E' vero che in base ai progetti finanziati l'università riceve dei fondi ministeriali, ma si tratta di un effetto indiretto e, a mio avviso, contorto. Negli USA -e in altri paesi civili- quando un progetto è finanziato, parte dei finanziamenti va all'ateneo! Quindi se il progetto vale 100, 80 vanno ai ricercatori, 20 all'ateneo! L'università a questo punto è spinta a finanziare la ricerca (e più importanti sono i progetti più li vorrà finanziare), assumere gente brava, capace di portare finanziamenti, invece che continuare ad assumere altri tipi di figura (argomento di un post futuro). Oggi capita che chi vuole proporre un progetto di grandi dimensioni vada dal rettore -o chi per lui- a chiedere il benestare, cosa che dovrebbe essere automatica invece che seriamente e freddamente ponderata.
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