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Tuesday, December 10, 2013

Identità nazionale

Un amico siriano vive a poche centinaia di metri dal confine turco. Alla sera, quando la città si spegne per il coprifuoco e le strade sono pericolose, dall'altra parte del fiume che segna un confine quasi invalicabile, si vedono le luci della città turca e i suoni della vita che scorre in un miraggio di normalità. Ogni sera gli viene ricordato che lui è nato a sud di una linea tracciata da qualcuno che probabilmente e` un eroe nazionale ed é ricordato toponomasticamente in qualche luogo. O forse sono stati gli inglesi a tracciare quella linea in modo grossolano e arbitrario, creando differenze dove prima non c'erano. Ma poco importa, anzi, nulla importa, che sia stato l'uno o gli altri. Ogni sera, sa che nella miseria e nella paura in cui vive è lui quello strano, quello da compatire, quello che deve sudarsi il giorno successivo.

Quando qualcuno mi chiede se sono fiero di essere italiano, penso a lui e rispondo di sì, lo sono, come sono fiero di essere un mammifero, di avere il pollice opponibile e di puzzare di sudore quando mangio piccante. Sono nato in Italia non per merito mio, e ci sono cresciuto perché i miei non si sono trasferiti da un'altra parte. Cerco di avvantaggiarmi dei tratti positivi della mia cultura e scartare quelli negativi. Come un tedesco che volesse essere più fantasioso (se non lo è già), o un francese che volesse mangiare meno formaggio, io cerco di essere meno furbo, più rispettoso delle regole, e così via, perché essere italiano non è un alibi, è solo una coincidenza, come vivere su un confine che fa una grandissima differenza.

Friday, July 26, 2013

Manifesto per una religione pacifica

I 10 comandamenti
  1. Se uno dei seguenti punti risultasse empiricamente falsificato tutti i punti vanno ridiscussi
  2. La priorità va ad affermazioni che sono empiricamente verificabili
  3. La conoscenza poggia su basi funzionaliste e tesi di scrutabilità
  4. Se la verifica diretta fosse impraticabile allora l'autorità è accettabile, ma non deve essere autoreferenziale e deve essere sempre discutibile
  5. Esiste un mondo esterno e esistono altri esseri umani che hanno il nostro stesso status
  6. Esiste la società come insieme degli individui e le loro relazioni
  7. Lo scopo della società è l'eliminazione della violenza e lo sviluppo della creatività degli individui
  8. Lo scopo delle decisioni è il miglioramento della società nella direzione del punto 7
  9. La violenza non va usata per il raggiungimento degli scopi se non come misura di controllo di violenze maggiori
  10. Agli individui va garantita la dignità in proporzione al grado in cui questi garantiscono la dignità agli altri
Qualche conseguenza e osservazione:
  1. Non possiamo assumere di essere fatti a immagine e/o somiglianza di una entità superiore. Concetti mentalistici, come sentimenti e emozioni, non vanno assunti come indipendenti dal nostro corpo. Questo deriva dal funzionalismo empirico.
  2. Dal funzionalismo consegue che le nostre ipotesi non possono essere inequivocabilmente verificate, quindi il dubbio che le nostre assunzioni non riflettano perfettamente la realtà è sempre presente. Le tesi di scrutabilità assumono una certa uniformità della natura e quindi la possibilità di stipulare regole.
  3. Termini collegati a parametri variabili come "intelligenza," "amore," "bontà," "vita," etc. possono essere utilizzati solo in ambiti in cui le scale dei loro valori sono state fissate a priori nel discorso. In questo modo si può rendere empirica una discussione che usa questi termini. In caso contrario questi termini non possono essere usati.
  4. Eliminare la violenza non vuol dire eliminare la rabbia, gli stimoli, l'adrenalina, l'indignazione e la determinazione. Il principio dell'eliminazione della violenza è legato alla necessità di non danneggiare, direttamente o indirettamente, altri individui. La violenza può essere usata per evitare violenze maggiori al fine ultimo della sua eventuale eliminazione.
  5. Non è detto che la violenza possa essere eliminata, dandosi la possibilità che sia connaturata con la natura umana.
  6. Non si menziona la "libertà" in quanto concetto sempre soggettivo. In assenza di violenza, la creatività la comprende. Lo stesso dicasi per la "felicità" e altri concetti simili.
  7. Etc. Etc. Etc.

Tuesday, July 9, 2013

Essere o non essere (su facebook)

Ho scritto "I like it" sulla sabbia
http://www.flickr.com/photos/maurillio/7526797510/
Essere o non essere parte del "social"? Che sia più nobile tentare di sparire dal rumore e dalla mediocrità, o provare a contrastare il mare di spazzatura sperando in qualcosa di buono? Dialogare, interagire, nient'altro, lavorare per avere dei rapporti soddisfacenti di condivisione: è una opzione da desiderarsi, ma richiede tempo, fortuna e impegno.

Nel mio modo di vedere, Facebook e Twitter sono strumenti per raccontare sé stessi, e ognuno sceglie le proprie modalità in base alla rappresentazione di sé che desidera o riesce a darsi, che sia promozione personale, semplice narcisismo, o pura inconsapevolezza.

Su Facebook, ad esempio, si possono individuare molti tipi di utenti. Il primo tipo che mi viene in mente sono quelli che non fanno altro che condividere materiale prodotto da altri, spesso immagini con qualche frase ad effetto postato in qualche pagina pubblica di imprecisata origine, il cui contenuto è di solito relativo e opinabile. Alcuni prediligono le frasi ispiranti come "sii il cambiamento che vuoi veder... etc", altri che postano delle frasi pleonastiche e irritanti, come "se anche tu sei contro la morte clicca mi piace!". Quelli che postano vignette comiche su un determinato tema, quelli che postano lo scandalo di qualche scienziato che ha scoperto la cura del cancro ma che viene osteggiato dalle case farmaceutiche, o qualche illustre personaggio che incredibilmente dorme in pubblico, e si potrebbe continuare ancora parecchio.

Un altro tipo di utenti è rappresentato da quelli che postano frasi criptiche del tipo "Adesso non so proprio che fare...", o "Oggi ho pianto", "finalmente sono felice". Che quando uno le legge non sa mai cosa fare: chiedere informazioni in un commento? Meglio un messaggio privato? Un commento ironico verrebbe apprezzato? Uno offensivo? Alla fine si rinuncia e ci si dimentica in fretta dell'esistenza del post stesso.

Di solito poi ci sono anche quelli che descrivono quello che fanno durante il giorno. Spesso trasbordano nel tipo precedente, ma suscitano anche un vago senso di voyeurismo, tipicamente insoddisfatto. Anche in questo caso non so mai cosa fare: postare, cliccare, condividere, forse ignorare. Una variazione su questo tema sono quelli che commentano gli avvenimenti avvenuti di recente, ringraziando i partecipanti, limitando il commento a un "bella serata", o "dovremmo farlo più spesso". Di solito questi post lasciano un po' interdetti quelli che non erano presenti, quindi la reazione più comune sono dei puntini di sospensione nel cervello prima di passare oltre.

Poi ci sono gli intrattenitori, quelli che condividono cose curiose, divertenti e interessanti, ricercate e selezionate con un certo gusto. Sono tra i miei preferiti e sarebbe interessante conversare con loro, ma il commento e il "mi piace" al post non portano di solito a nulla se non un "mi piace" di rimando, perché diciamolo pure che non è facile avere una conversazione civile e non polemica in un flusso di commenti.

Un altro tipo di utenti posta pensieri propri e originali su temi sociali, politici, economici. Trovo interessanti anche questi utenti, e spesso ospitano le discussioni più lunghe e articolate, polemiche, ma in rari casi davvero costruttive.

Io non so bene a che tipo appartengo. Non mi è dato sapere, visto che nessuno te lo dice nei social network. Come sottolineato sopra, la comunicazione su questi strumenti è troppo spesso carente e insoddisfacente. Si possono lanciare "messaggi nella bottiglia", ma difficilmente si riescono a sviluppare idee e creatività, vanno bene per qualche fugace e vaga ispirazione tra la molta noia, inutilità, rumore di fondo e aggiornamenti dalle pagine di notizie e personaggi pubblici di varia natura.

Quindi la domanda rimane. Restare o no? Il gioco vale la candela? Forse sì, ma non ci si deve aspettare molto. Meglio accontentarsi di quei pochi casi che danno soddisfazione, e accettare che la maggior parte del tempo (che non deve essere molto) speso nei social network sarà dimenticabile senza alcun rimorso.

(Post preceduto da ribadire l'ovvio)

Monday, May 27, 2013

La buona notizia dell'astensione

I commenti dei prossimi giorni saranno sull'astensione al voto amministrativo (Maggio 2013), e saranno grida di allarme, ipocrite autocritiche, buoni propositi, e un bel po' di propaganda e idealismo da quattro soldi che fanno tanto presa sulle masse.

Da un certo punti di vista però potrebbe non essere affatto un dato negativo. Se le persone con poco interesse nella politica non votano mi pare solo un bene. Se poi queste persone sono quelle che non sono in grado di distinguere le posizioni in campo, per quanto siano deprimenti di questi tempi, ancora meglio.

Non è che il mito di una società uniforme e preparata, fatta da cittadini consapevoli e responsabili, si sia sciolto come le ideologie che li inseguivano? A me sembra di sì. Forse è una specie di oligarchia, la più ampia possibile, deve essere responsabile delle decisioni. Chissà, forse lo snobismo con cui guardiamo le elezioni americane, non ci permette di capire che negli Stati Uniti le cose funzionano mediamente bene perché molte persone non votano.

Da un po' sostengo l'idea che il diritto al voto vada ottenuto con un esame opportuno (saper leggere e scrivere non basta più ai nostri giorni). Ma forse non è necessario pensare a un sistema che apparirebbe antidemocratico agli occhi di chi ai voti degli ignoranti ambisce, forse basta che le persone si autoescludano dal voto se non seriamente interessate. Escludere i perditempo è richiesto per vendere una collezione di fumetti, perché non per decidere le responsabilità di governo?

Thursday, May 9, 2013

La democrazia del WEB è demagogia

Si sente ripetere all'infinito che la democrazia rappresentativa è male, che i cittadini devono essere coinvolti nella presa delle decisioni, in una "democrazia diretta del web". Niente di male in questa affermazione. Peccato che la realizzazione di questo programma non è realisticamente possibile.

Il meccanismo è sempre lo stesso: quando qualcosa sembra evidente è il momento di approfondire e, di solito, si scopre che, tolta la patina superficiale, ci sono problemi che devono essere affrontati e che possono essere insormontabili.

Il problema nell'affermazione che apre questo post non è certo una delle più difficili da esaminare. Una delle caratteristiche che segna la differenza tra le società primitive e quelle meno primitive è la specializzazione degli individui, perché chi sapeva costruire gli strumenti per coltivare non aveva il tempo di dedicarsi alla caccia, e cose del genere. La specializzazione portò a migliorare le tecnologie tanto che la società ha cominciato a evolvere esponenzialmente. Oggi la sua complessità è tale che nessuno la può comprendere nella sua interezza. Le conseguenze delle azioni sono spesso imprevedibili visto che la complessità delle relazioni tra le varie componenti sfugge alla nostra capacità cognitiva.

Ora, chiedere a qualcuno opinioni su argomenti su cui non ha alcuna competenza è nella migliore delle ipotesi inutile, ma più probabilmente pericoloso. Il desiderio di partecipazione, la sensazione di diffusa democratizzazione, spesso pilotata dall'economia del consumo, la generalizzata e superficiale (perché non si sofferma ad approfondire) coscienza di sapere, portano a sopravvalutare, molto grossolanamente, le proprie capacità. Faccio un esempio personale. Anni fa mi sono occupato di combattere la riforma universitaria del ministro Moratti, che reputo ancora uno stupro di ogni decenza, insuperato dalla riforma Gelmini. Da lavoratore precario della ricerca italiana, vedevo nella ricerca una grande opportunità per l'Italia, forse l'unica. Poi però qualcuno mi ha fatto notare che formare scienziati di alto livello in un paese che non ha le infrastrutture per permettere l'innovazione, aumenterebbe l'emigrazione intellettuale. Pur essendo all'interno e considerandomi competente, non avevo colto tutta la complessità del problema.

Considerando anche il fenomeno di specchio, amplificato dal web (ovvero il fatto che qualunque opinione viene supportata nella rete e le persone tendono a confermare le proprie opinioni, più che metterle alla prova), una "democrazia del web" risulterebbe avrebbe due caratteristiche: 1) attirare un numero consistente di persone incompetenti e poco colte, in quanto sono quelle che pensano di sapere, 2) (come conseguenza) allontanare le persone di "buona volontà" e intelligenti (nel senso che sanno di non sapere). Questo aumenterebbe il rischio di una estremizzazione delle posizioni politiche, con possibili sbocchi totalitari.

La democrazia diretta esiste in Svizzera. Certo non è la democrazia del web. Ha regole molto rigide per indire i referendum e sfrutta il fatto che la società Svizzera è molto conservatrice, quindi quasi tutti i referendum falliscono. La popolazione non avrà mai le competenze necessarie per contribuire in modo costruttivo alla legislazione. Si muove inseguendo emozioni di base, non ha la visione complessiva, non pianifica a lungo termine (non che i nostri politici siano meglio, ma dovrebbero esserlo, non devono essere la fotocopia del popolo). Questa è la ragione principale per cui i movimenti populistici mi fanno di solito incazzare.

Tuesday, May 7, 2013

Perché odio i guanti di plastica nel reparto frutta

http://www.flickr.com/photos/maurillio/
In Italia, nei supermercati, nel reparto frutta si è supposti usare dei guanti di plastica prima di toccare la frutta. Alcuni negozi li prevedono anche per il pane. Non conosco nessun paese in cui ci sia una usanza del genere e la trovo non solo inutile, ma anche fastidiosa.

L'inutilità deriva dal fatto che la frutta e la verdura vanno lavate comunque, quindi non si capisce perché il tocco di qualche altro cliente del supermercato debba essere così disdicevole mentre le mani, i mezzi, le macchine, e chissà cos'altro, che la frutta attraversa lontano dalla nostra vista siano accettabili. Per il pane, di solito si mettono a disposizione delle pinze, magari legate con delle catenine se pensiamo che qualcuno se le possa mettere in tasca.

Tra l'inutilità e il fastidio metto il problema del rifiuto che si viene ad accumulare e che va gestito.

Nel puro fastidio metto un senso di distanza, uno snobismo ingiustificato, che la diffidenza nell'altro dimostra. Non sono un sudicio, e credo che gli avanzamenti delle pratiche sanitarie siano stati meravigliosi. Ma data l'inutilità della pratica, non vedo altra ragione nel fatto che in Italia si usano questi guanti che un senso di distacco tra le persone, di diffidenza a priori, fino ad arrivare al disprezzo. C'è un film, Crash, in cui la endemica mancanza di contatto tra gli individui nella società spinge, inconsciamente, le persone ad avere incidenti automobilistici, giusto per poter scendere dalla macchina e avvicinarsi a qualcuno. Non posso non pensare a questo film ogni volta che vado al supermercato.

C'è anche, a mio parere, anche una mancanza nel rapporto tra gli individui e il proprio corpo, la propria natura fisica, dovuta forse a una paura diffusa e alla convinzione profonda di non appartenere al mondo animale (e ci sono qui delle responsabilità storiche). La nostra pelle è coperta da un numero enorme di batteri, alcuni buoni, altri dannosi, li abbiamo sia se decidiamo di toccare qualcosa che no. Gli italiani mettono i guanti per prendere la frutta al supermercato, ma toccano il denaro con tranquillità, e la tastiera del computer, e molti altri oggetti, ma sapere che c'è qualcun altro della nostra specie che tocca la zucchina che poi finisce nel proprio carrello diventa, per qualche ragione, insopportabile.

In sintesi, direi che l'usanza dei guanti al supermercato è dovuta al solito individualismo degli italiani e alla idealizzazione di sé.

Concludo con una recente esperienza personale. A Londra le persone non ti parlano tanto, ma ti aiutano senza chiedere il permesso e quando hanno finito se ne vanno magari senza nemmeno salutare. A Londra spesso non trovi le tovaglie nei ristoranti, e i prodotti nei supermercati sono spesso scaduti o in pessimo stato, si mettono le scarpe senza i calzini e abbinano i colori con una creatività che è difficile capire. Non ci sono i guanti di plastica nel reparto frutta, ma nessuno si è mai posto la questione.

Thursday, March 14, 2013

Il Duro Lavoro

Di solito si dice che le generazioni precedenti le nostre hanno lavorato duro, hanno sudato, hanno fatto sacrifici, e che la propria generazione, e quelle successive, non vogliono lavorare così duramente e non sono disposte a fare quei sacrifici. Visto che la qualità della vita è migliorata negli ultimi secoli, è probabile che sensazioni del genere siano state comuni a molte generazioni precedenti, quindi direi di non stare qui a sentenziare sulla veridicità di queste affermazioni.

C'è un aspetto del duro lavoro che mi pare non sia sottolineato abbastanza. Le persone che stimiamo, per una ragione o per un'altra, di solito hanno fatto o stanno facendo un duro lavoro [1]. Scrittori, artisti, attivisti, volontari, genitori, figli. Persone che stimiamo perché fanno più di quello che gli viene richiesto, o lo fanno meglio, o lo fanno per un motivo nobile, o semplicemente perché non possono fare a meno di farlo. Queste persone hanno dato o stanno dando un contributo.

C'è differenza tra dare un contributo e, che ne so, allungare qualche spicciolo a un mendicante. Questo è il motivo per cui ci si sente sempre un po' in colpa quando si dà (o non si dà) lo spicciolo, mentre ci si sente fieri, o almeno in pace con sé stessi, quando si contribuisce a qualcosa. Ma il contributo richiedere il duro lavoro, richiede energia, tempo, perseveranza, e un sacco di altri sostantivi. Non si può scampare al duro lavoro, sarebbe come voler spingere l'auto un panne senza fare fatica: è fisica. Per definizione un contributo porta a un cambiamento, e un cambiamento richiede energia, di qualche tipo, si parla per metafore, ma non troppo.

Il contributo si può cercare di darlo nel mondo del lavoro, oppure nella parte di vita al di fuori del mondo del lavoro. In entrambi i casi serve un obiettivo e la dedizione di dedicargli le proprie energie, anche quando la stanchezza sembra prendere il sopravvento, anche quando sembra che non serva. Le pause sono ammesse, e anche i dubbi, i cambi di rotta. L'importante è non diventare passivi estimatori di altri e credere di avere qualcosa a cui contribuire. Ci sarà pure qualcosa, no?

[1] Escludo le persone che "stimano" la vacuità, convertendo l'invidia del successo in idolatria demente. Per fare un esempio concreto potrei fare gli esempi Paris Hilton e Fabrizio Corona.